attraversamenti 2017

TEATRO DEI GORDI

Albert

PRESENTAZIONE PROGETTO
Questa residenza costituisce il secondo attraversamento per ‘Albert’.
Nel primo ci siamo focalizzati sull’espansione delle tematiche prescelte, sulla ricerca di un linguaggio scenico più preciso e sulla scrittura drammaturgica, in continuo scambio tra letteratura ed esperienza dell’attore nell’azione.
Il secondo attraversamento sarà per noi il delicato momento di compattazione del materiale. Gli attori sulla scena, il testo sul foglio, il suono che definisce spazi e relazioni, la scenografia, le proiezioni inizieranno ad interagire e a creare un percorso finito. Un punto di arrivo, e un nuovo punto di partenza per entrare in profondità nella storia del grande genio del XX° secolo – e di Otto, anche. Un ragazzo che stava piuttosto bene dove stava, senza farsi troppe domande.
“La vita è come una bicicletta. Per mantenere l’equilibrio bisogna continuare a muoversi.” [Albert Einstein, 1930]

REPORT RESIDENZA
Dopo la prima fase di residenza ad Arsoli è stata individuata una forma narrativa e la drammaturgia ha rielaborato il primo materiale grezzo. A Brescia abbiamo testato sulla scena il materiale semi-formalizzato, per individuarne punti di forza e debolezze. Dallo scambio costante tra scena e foglio scritto abbiamo proseguito la nostra indagine, scavando oltre la superficie dei personaggi.
Perché Otto ce l’ha con Albert?
Forse perché incarna l’adulto, l’autorità, il primo della classe che avrà ‘facile’ successo a venticinque anni mentre lui sarà disoccupato a vita?
Perché Albert vuole distruggere il suo cervello?
Perché si fida di Otto?
Dal progetto e dalle idee alla concretizzazione delle stesse, processo che implica sfoltimento, chiarificazione di obiettivi ed essenzialità. Insomma: quando ti accorgi che il teatro può anche essere ‘povero’ non per necessità, ma per scelta. Abbiamo individuato la strada, l’abbiamo ripulita dai rovi e dai sassi. Ora non resta che percorrerla.

Residenza IDRA
Settimo Cielo

MADIEL TEATRO

Trapanaterra

PRESENTAZIONE PROGETTO
L’emigrato è naufrago in terra natìa. Quello che ha conosciuto, e che gli altri non sanno, lo rende più solo.
Nóstos, algía: nostalgía. Dolore del ritorno a un’alma mater sconquassata. Trapanaterra è un’Odissea lucana, una riflessione sul significato di «radice», un’ironica e rabbiosa rappresentazione dello sfruttamento di una terra martoriata dal presente e dimentica del passato.
«Chi sei? Dove vai? Da dove vieni? Cosa vai cercando?» Dice il fratello che è restato a quello che è tornato alla terra dei padri.
«E tu perché sei rimasto?» Chiede quello che è “scappato”, bohemienne che respira di nuovo l’aria di una casa che è cambiata.
Come il trapano macina la terra, la storia dei due fratelli è un viaggio profondo e avvincente in un paese di musica e musicanti, dove non si canta e non si balla più, nemmeno ai matrimoni. Si può solo ascoltare l’Eco di tarantelle addormentate dalla puzza dei gas e infiacchite dal malaffare.
Il tempo non è mai stato dalla parte del Sud, che per illudersi di cambiare si è lasciato governare dall’ENI, santo protettore e Polifemo che maciulla i compagni degli emigrati. «Siamo sempre stati peggio», ride amaramente chi, da meridionale, racconta il disastro della civiltà contadina, che lentamente muore ai bordi del pozzo.
Storie d’infanzia, ricordi di famiglia, canti di piazza e bestemmie: la «radice» è nella musica. Non solo negli organetti, o in una loop station nascosta nei tubi della raffineria, ma anche nelle parole. Tutto è impastato nel dialetto, osso delle storie che si arrampicano per l’Appennino lucano dall’Irpinia alla Sila. Come «batacatasch», gli insetti che «uscivano dalla merda ci vacca». C’erano e non ci sono più, come le lucciole di Pasolini.
Qualcuno è partito perché altri potessero crescere, perché la terra madre non ha i mezzi per alimentare le speranze di tutti. Ma di chi è il coraggio, di chi resta? O di chi torna?

REPORT RESIDENZA
Trapanaterra è un viaggio di rimpatrio, il resoconto di una famiglia del Sud distrutta da un destino ineluttabile. Lavoro, corruzione, potere, tradizione, familismo amorale, abbandono e identità culturale sono gli elementi che fanno continuamente staffetta nel testo.
I motivi che mi hanno spinto a trattare questi temi sono stati diversi. Forse quello principale è stato un senso profondo di malessere; come del resto accade spesso a chi scrive, ma soprattutto sentirmi fuori posto, caratteristica di chi è stato costretto a dover emigrare per cercare qualcosa che non ha trovato nella propria terra d’origine.
Inizialmente ero partito con un monologo, poi confrontandomi e collaborando con il mio compagno di scena Mario Russo e la regista drammaturga Rosa Masciopinto abbiamo capito che poteva diventare la storia di due fratelli. Uno che parte e l’altro che è costretto a rimanere.
Mentre scrivevo pensavo costantemente all’antagonista e mi chiedevo: “quanto sarebbe bello se questa scenografia potesse parlare” nel vero senso della parola.
Dunque, abbiamo fatto sì che ciò accadesse, ma attraverso cosa? La musica, i suoni – rumori che poteva regalarci.
Il linguaggio è un altro elemento di approfondimento secondo me. Ho utilizzato il dialetto non solo per la sua musicalità ma soprattutto per la sua autenticità. Mi permetto di citare Calvino secondo il quale il dialetto contiene dentro di sé un mondo più esclusivo e definitivo del ventre materno. Per Tullio de Mauro il dialetto è la lingua degli affetti. Dunque: quale miglior modo per poter raccontare questa storia?
Ho deciso di attraversare questo labirinto drammaturgico per riscoprire le possibilità totali dell’interprete.
Dal principio della scrittura ho pensato agli elementi possibili per rafforzare la ricerca di un linguaggio attraverso la musica, la scenografia vista come un personaggio vero e proprio e infine le luci. Combinando questi elementi, attraverso la ricerca, ci siamo resi conto delle infinite possibilità. Rimettere l’attore al centro è stata una scelta decisiva per portare in scena questo lavoro complesso, infatti, è tutto nelle mani dei due protagonisti della storia, nel senso che ogni elemento tecnico viene gestito dagli stessi attori.
Ho voluto rappresentare attraverso immagini e comportamenti il disagio dell’uomo della moderna civiltà industriale, nella quale l’artificio, che gli è proprio, lo fa sentire lontano dalle proprie radici naturali.
I movimenti macchinosi, il rumore assordante della scena che riproduce il centro oli ma anche la piazza di un paese desolato e morto, si scontra con la dolcezza del suono di un organetto. È il prologo e l’epilogo di tutta questa storia.
Grazie al mio collega – attore polistrumentista Mario Russo, attraverso dei processi di improvvisazione e interagendo con l’impianto scenografico abbiamo costruito delle vere e proprie sequenze le quali necessitavano però di una revisione del testo man mano che il lavoro avanzava. Per fare questo, era secondo me interessante utilizzare uno stile grottesco, assurdo.

Residenza IDRA
Elsinor

FIBRE PARALLELE

The black’s tales tour

PRESENTAZIONE PROGETTO
La prima tappa di residenza ad IDRA è come un re start, è come dirsi: ok giovanotta fino ad ora abbiamo scherzato, adesso si fa sul serio.
Il progetto sulle fiabe, nasce sotto forma di lettura a settembre 2016 e si sviluppa sul rapporto tra musica e voce, nell’ambito di diversi contesti, il più delle volte non teatrali.
Quello che questa volta intendiamo fare, assieme al musicista Tommaso Danisi, già autore delle musiche nel lavoro originario, è dare vita ad un processo creativo in cui la musica, questa volta, è suonata dal vivo e lo spazio a nostra disposizione è uno e inconfondibile: il teatro.
Come possiamo fare a rendere i due linguaggi un’unica cosa? Come posso suonare la voce e acquisire la caratura della pop star? E come può un compositore di musica elettronica, abituato a registrare chiuso nel suo studio, a diventare un performer? E Martin Emanuel Palma, che ha curato assieme a me gli allestimenti e le luci degli studi settembrini, come può tradurre in teatro questo immaginario pop/noire?
Ecco: Ripartiamo da qui. Siamo come dei quattr’enni, pieni di domande.

REPORT RESIDENZA
La seconda residenza a Brescia è stata dedicata prevalentemente alla scrittura. Io ho utilizzato i primi giorni di lavoro per mettere in ordine, in solitudine, il mio infinito materiale scritto intorno al tema dell’insonnia e delle fiabe. Con l’arrivo della tutor Roberta Nicolai, nei giorni successivi, questo materiale è stato finalmente messo in forma fino a formare la drammaturgia definitiva dello spettacolo. Nell’ultima parte della residenza ho provato a iniziare a mettere nello spazio queste parole, a dar loro corpo e suono. Fondamentale è stato il lavoro con il musicista che rimodulava la drammaturgia musicale insieme al testo fino a fare una traccia continuativa e perfettamente in linea con le parole. Infine con il disegnatore luci abbiamo iniziato a ragionare su quello che sarebbe stato poi l’allestimento scenico. Insomma, alla fine dei dieci giorni, abbiamo chiuso quasi del tutto lo spettacolo e gli abbiamo trovato il titolo definitivo: The black’s tales tour.

Residenza IDRA
Teatro Akropolis

TOMMASO MONZA E ANDREA BALDASSARRI

Black lights

PRESENTAZIONE PROGETTO
In questa residenza ci focalizzeremo sulla ricerca di un percorso in cui possono convivere due parti di lavoro che abbiamo individuato:
– il movimento e la danza come astrazione e sublimazione estetica atta a creare immagine (controluce/ contrasto/segno grafico);
– la creazione di personaggi e figure più riconoscibili come appigli a una realtà, seppur falsata, esasperata e grottesca.
L’obbiettivo è cercare un’ambiguità di segno che possa essere sia rassicurante che fortemente destabilizzante.

REPORT RESIDENZA
Il progetto Black lights ha avuto uno sviluppo durante il periodo di residenza e noi ci siamo trovati
bene presso la stessa. Ci farebbe piacere continuare un rapporto di crescita rimanendo in contatto
con la vostra struttura e partnership. A questo proposito ci piacerebbe aumentare le possibilità di
contatti e confronto perché nella residenza trascorsa le avremmo gradite e siamo sicuri che da una
maggiore frequentazione possano nascere nuovi stimoli e nuove progettualità.
Nei 20 giorni di lavoro che abbiamo potuto fare presso residenze IDRA, abbiamo sviluppato alcune
parti della nostra ricerca legata allo sviluppo di personaggi che poi hanno trovato un loro
compimento nel proseguire del progetto.
Ci siamo concentrati su questo aspetto per due motivi:
– nel momento in cui ci si è presentata la residenza, il nostro lavoro aveva bisogno di questa ricerca
– lo spazio di residenza, sebbene molto accogliente per una fase di ricerca, con la clausola
dell’assenza del supporto tecnico, comunque come specificato da bando, non era per noi adatto a
sviluppare altre parti del processo di lavoro.
Da questi due fattori sono dipesi sia elementi fortemente positivi riscontrati nel rapporto di
residenza, quali:
– la quasi totale disponibilità dello spazio, la tranquillità di sviluppo del lavoro senza pretese o
ingerenze da parte del titolare di residenza
– i feedback del processo creativo là dove chiesti dalla compagnia ospite sono sempre stati
puntuali.

Residenza IDRA
Stalker/Teatri di Vita

BARTOLINI/BARONIO

Dove tutto è stato preso

PRESENTAZIONE PROGETTO
«ma il noi dimora in me»
Gilles Clément

Nello spazio nudo del teatro di residenza IDRA ecco finalmente il nostro giorno bianco. Ci immergiamo nel vuoto, che sempre si trova nel cuore del lavoro, e in questa terra ci troviamo faccia a faccia anche con il motore dello spettacolo, quando la drammaturgia inizia a costruire il paesaggio scenico. Guidati dalla domanda sul futuro, abbiamo voluto camminare a ritroso fin dove le parole della prima tappa a Taranto e le voci bambine delle nuove interviste sarebbero state libere di sciogliersi in musiche primordiali e in suono per plasmare parole e linguaggi dei luoghi del percorso. La cura dai veleni di Correzione di Bernhard -la sua e nostra correzione del mondo-, si dispiega allora tra la casa-giardino di Clément, i sensi amorosi di Zambrano, la tragica delicatezza di Bourgeois e il cosmo umano di Herzog, aprendo il tempo del nostro costruire tra la Terra, la casa, il corpo e il teatro. Sulla scena cerchiamo di riaprire lo sguardo come fosse il primo: torniamo bambini, testimoni e attori del futuro, solo dopo essere nati di nuovo e sotto un nuovo sole.
Dove tutto è stato preso, una rosa gialla.

REPORT RESIDENZA
“Trova posto dove è più dolce essere”. Abbiamo concluso i venti giorni di lavoro a Residenza
Idra sul nuovo spettacolo Dove tutto è stato preso con questi versi di Marcello Sambati
ricevuti in dono da Alessandra Cristiani, che ha collaborato al nostro progetto negli ultimi
giorni di residenza.
Venti giorni per ritrovare il tempi del teatro, realizzare l’immaginario sulla scena e quindi poter
cucire il filo della narrazione. Venti giorni nel vuoto e poi nel pieno, nel tempo dell’attesa e poi
dell’azione, nella messa a punto di quello che già c’era, nel lasciare andare quello che non
funzionava, nel trovare quello che era ancora nascosto, per fare un altro passo in avanti nella
costruzione e seminare idee da far germogliare.
Una residenza che è stata anche la ricerca di indizi.
Gli indizi dei luoghi, delle storie, delle opere d’arte che ti aprono e ti scavano, come le torri di
Anselm Kiefer visitate all’Hangar Bicocca di Milano. E poi ci sono indizi che sono incontri
speciali come quello con gli studenti di Arte Drammatica e Multimedia della LABA Accademia
Belle Arti di Brescia, e indizi che sono persone come l’architetto Corrado Borsoni (scelto per
noi come figura tutor all’interno del progetto Cura), con cui abbiamo a lungo e piacevolmente
chiacchierato, e che ci ha restituito un senso del fare, e del costruire case, interni, luoghi in
cui vivere, a partire dal piccolo, dai famosi modellini di una volta. Ripensare a quei modellini
ha dato ulteriore forza a quel desiderio un po’ antico un po’ analogico di costruire la casa in
scena.
“Cos’è casa?” è la domanda che ha accompagnato questi giorni di prove. Per rispondere
abbiamo indagato proprio in questa direzione di miniatura, di gioco di bambini, soffermandoci
in uno spazio piccolo nel grande dello spazio scenico, un vuoto e un pieno, un punto nello
spazio che si fa casa grazie a piccoli oggetti del quotidiano, a piccoli gesti di cura.
Ma la prima casa è il nostro corpo; il nostro corpo, e la terra. La terra come un altro corpo
ancora. Come ritrovarli laddove tutto ci è stato rubato? Grazie al lavoro con Alessandra
Cristiani abbiamo approfondito proprio questo aspetto, cercando di intravedere le sorti di un
corpo rubato, da cui un presente avvelenato inevitabilmente ci sottrae, e pensare di
riconquistarlo.
Una nuova lingua ha quindi iniziato ad avanzare, frutto della ricerca a ritroso verso l’origine
che il lavoro ci ha chiesto di intraprendere e dove abbiamo potuto rintracciare lo sguardo al
futuro che guida il percorso.
Ci siamo sentiti a casa nel cercare la casa.
Grazie a tutte le belle persone di Residenza Idra per la cura che avete avuto di noi e del
nostro lavoro.

Residenza IDRA
Armunia